Quanto è bello osservarli tutti dall’alto. Starei ore e ore a guardarli. Una distesa infinita di verde che fluttua come seta ondulata dal vento che l’accarezza. So di essere un privilegiato perché, nonostante l’età avanzata, sono tra i più alti, e contemplare Edrevia da quassù è uno spettacolo meraviglioso. Da qui riconosco i membri dei diversi clan: i creativi Terranegra, gli stoici Gurra, gli scienziati Dorsoduro, i mediatori Guizza e gli storici Cronaca, a cui io appartengo. Abbiamo caratteristiche e ruoli diversi, ma siamo tutti connessi e insieme formiamo una grande tribù: la tribù degli alberi.

Siamo una comunità fondata sulla reciprocità e sull’equilibrio. Esseri capaci di vedere, di sentire, e di comunicare. E soprattutto, davanti ai problemi, non abbiamo bisogno di fuggire né di cercare riparo altrove – come fanno quegli esseri dannosi che noi chiamiamo uomini – perché le risorse per affrontarli le portiamo dentro di noi, fino a rimodellare, se serve, la nostra stessa anatomia. Io ne so qualcosa. Accadde, un tempo, che la nostra comunità venisse travolta da un oscuro mistero, capace di stravolgere il nostro equilibrio. E fu a me, ultimo nato del clan dei Cronaca, che affidarono il compito di risolverlo. Ero appena un virgulto quando cominciai il mio viaggio nei meandri di Edrevia, insieme a Lisetta e Pino, i miei aiutanti. Ah dimenticavo, mi chiamo Laurin, e sono qui per raccontarvi la nostra storia, quella della tribù degli alberi.
«Laurin non fare il furbo… ridammi la penna e lasciami scrivere di questo libro di cui tu sei solo il protagonista».

Sì, la penna, perché io scrivo ancora alla vecchia maniera, certo più lenta e forse più faticosa, ma straordinariamente viva. Come avrete ormai intuito, il libro s’intitola La tribù degli alberi ed è scritto da Stefano Mancuso, scienziato, neurobiologo vegetale e docente presso l’Università degli Studi di Firenze.
Da lui ci si aspetterebbe un saggio e invece ci sorprende con un romanzo, in cui intreccia brillantemente una narrazione fantastica con la precisione e il rigore della scienza, per portarci a riflettere sul nostro rapporto con la natura. È un libro che si iscrive in una tradizione letteraria antica, in cui le piante sono spesso protagoniste: dalla celebre illusione del bosco di Birnam che avanza su Dunsinane nel Macbeth di Shakespeare fino agli End di Tolkien, i “Pastori degli Alberi”, gigantesche creature arboree capaci di parlare, di muoversi autonomamente, e custodire le foreste.

E così, leggendo Mancuso, scopriamo che gli alberi di Edrevia parlano, sentono, si aiutano nelle difficoltà e si adattano all’ambiente con vere e proprie strategie di sopravvivenza. Il punto è che non si tratta di fantasie, ma di evidenze scientifiche che lo stesso autore ha posto al centro di molti dei suoi libri. Gli alberi, dunque, formano comunità intelligenti e cooperative, capaci di comunicare, in cui ciascuno contribuisce all’equilibrio di tutti.
Sotto la corteccia del racconto, Mancuso custodisce un messaggio importante. Edrevia non è soltanto un mondo immaginario: è uno specchio. I suoi alberi affrontano la crisi ambientale che li ha travolti, restando uniti, adattandosi, mettendo a frutto le risorse che custodiscono in sé esattamente ciò che noi – gli “esseri dannosi” – abbiamo disimparato a fare. E il romanzo ci mostra che dalla natura possiamo ancora imparare a cambiare, a vivere meglio, a ritrovare la misura e la reciprocità che abbiamo smarrito. A una condizione: che impariamo a prendercene cura. Perché la salvezza degli alberi di Edrevia, in fondo, è anche la nostra.

Ed è qui che ritorna una parola, semplice e antichissima: legno. L’albero è un dono che si rinnova per ben due volte. Nel suo ciclo vitale porta l’ossigeno e rende possibile la vita stessa del pianeta. E quando il suo tempo si compie, restituisce allo stesso ciclo ciò che gli è stato affidato per consegnarci il suo ultimo dono: la sua materia, il suo corpo. E con esso il fuoco intorno a cui ci raccogliamo. Ma accogliere quel dono ci obbliga. Possiamo bruciare il legno soltanto nel modo in cui San Francesco insegnava a usare ogni cosa, come se non fosse nostra: con gratitudine, parsimonia, senza mai dimenticare l’albero che lo ha generato. Allora il focolare smette di essere predazione e diventa comunione: frate fuoco e frate legno, la stessa materia che fu croce e albero della vita. Leggere La tribù degli alberi davanti al fuoco significa esattamente questo: sostare nel dono di un albero, e imparare a meritarlo.

